La terapia come incontro reale: la lezione di Owen Renik

C’è un’idea di psicoterapia, ancora molto diffusa, che la riduce a un metodo astratto, a una serie di tecniche da applicare, a una postura da mantenere. Un’idea in cui il terapeuta è distante, neutro, osservatore, mentre il paziente è oggetto di analisi, un materiale da interpretare, un enigma da decifrare. In Psicoanalisi pratica per terapeuti e pazienti, Owen Renik propone una visione radicalmente diversa: più che a una tecnica, la terapia assomiglia a una relazione. Non un luogo in cui si spiega la vita altrui da una posizione di superiorità, ma uno spazio condiviso, reale, vivo, in cui il cambiamento accade non perché si “capisce”, ma perché si sperimenta un modo nuovo di essere con l’altro.

Secondo Renik, l’obiettivo della terapia non è trovare l’interpretazione perfetta, né svelare verità nascoste, ma far stare meglio il paziente, renderlo più libero nei suoi vissuti, più consapevole dei suoi bisogni, più capace di orientarsi nella propria esistenza. È una visione che sposta il centro del lavoro terapeutico dalla teoria all’esperienza, dalle strutture concettuali ai bisogni concreti delle persone.

Il terapeuta, in questa prospettiva, non è un tecnico della mente, non è una figura invisibile, né un oracolo che fornisce risposte: è un essere umano che partecipa, che c’è, che si fa sentire. E proprio questa presenza, viva e autentica, rappresenta la condizione di possibilità per ogni forma di cambiamento. Perché è solo in uno spazio umano, non giudicante, coinvolto ma solido, che una persona può sentirsi davvero al sicuro per esplorarsi.

La terapia come spazio di esperienza e non solo di pensiero

Renik ci invita a guardare alla psicoterapia non come a un laboratorio concettuale, ma come a una relazione in cui succedono cose. A volte piccole, a volte invisibili, ma potenti. Una parola che arriva al momento giusto, uno sguardo che non giudica, una pausa condivisa che dice più di mille spiegazioni. Il cambiamento, suggerisce, non sempre nasce dalla comprensione cognitiva, quanto piuttosto dalla possibilità di fare un’esperienza diversa di sé e dell’altro.

Non è necessario arrivare al grande insight per stare meglio. A volte, basta un piccolo spostamento interno. Una sensazione nuova. Una reazione diversa. Una consapevolezza che si fa strada non per deduzione, ma per contatto.La terapia, in questo senso, non è un processo lineare e logico, ma qualcosa di profondamente umano, fatto anche di tentativi, errori, sintonie che si costruiscono nel tempo.

Ciò che cambia davvero, secondo Renik, è ciò che si può vivere nella relazione terapeutica: uno spazio in cui sentirsi finalmente visti, accolti, legittimati. Uno spazio in cui il terapeuta non pretende di sapere tutto, ma è disposto a interrogarsi, a mettere in discussione il proprio sguardo, a farsi modificare dall’incontro con l’altro.

La fine dell’ideale di perfezione terapeutica

Uno degli aspetti più rivoluzionari del pensiero di Renik è il rifiuto dell’ideale di perfezione terapeutica. L’idea, ancora molto radicata, che esista un modo “giusto” di fare terapia, una neutralità da conservare, un assetto emotivo da non compromettere. Ma secondo lui, questo tipo di distanza non è solo inutile: può diventare un ostacolo. Perché la cura, quella vera, non passa dalla perfezione tecnica, ma dalla disponibilità a esserci davvero, anche con i propri limiti. Anche con il rischio di sbagliare.

Il terapeuta non è immune alla relazione. Non può esserlo. E non deve esserlo. È dentro a quel rapporto tanto quanto il paziente. Non per riversare i propri vissuti, ma per usare la propria soggettività in modo consapevole e responsabile. Perché ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio, ha un peso. E se viene usato con cura, può diventare strumento di trasformazione.

Renik ci dice che la terapia funziona quando smette di inseguire un ideale teorico e inizia a rispondere alla persona reale che si ha davanti. Quando si abbandona il sogno di un trattamento “perfetto” e si accetta, invece, di costruire qualcosa di possibile, di utile, di umano.

Un paziente non è un oggetto di studio: è un soggetto vivo

Nella visione di Renik, anche il paziente cambia posto. Non è più qualcuno da osservare, da interpretare, da inquadrare dentro una teoria. È un soggetto attivo, che ha diritto di parola, che può dire cosa funziona e cosa no, che può guidare insieme al terapeuta il percorso. Questo non significa che il paziente debba dettare le regole del setting, ma che la sua esperienza sia centrale, legittima, ascoltata. E che il terapeuta debba essere sufficientemente flessibile per accogliere quella soggettività e lavorarci dentro, non contro.

Il cambiamento, allora, non avviene solo “grazie” al terapeuta, ma dentro una danza relazionale in cui entrambi partecipano. Non serve che l’analisi sia perfetta. Serve che sia utile. Che qualcosa si muova. Che la persona senta di poter sperimentare un modo nuovo di stare in relazione, con l’altro e con sé.

Questa è una psicoterapia che non punta alla “consapevolezza fine a se stessa”, ma al miglioramento reale del benessere. Una psicoterapia che non si aggrappa ai concetti, ma si immerge nella relazione. Una psicoterapia che, più che dire come si dovrebbe vivere, si mette al fianco dell’altro per aiutarlo a scoprire come può vivere meglio.

Quando la psicoterapia diventa uno spazio di umanità possibile

La visione di Renik restituisce alla psicoterapia la sua dimensione più autentica e, allo stesso tempo, più difficile: quella di un incontro umano. Non di una prestazione, non di una diagnosi, non di un’analisi chirurgica, ma di un dialogo vero. Uno spazio in cui due persone si avvicinano con curiosità, con rispetto, con il desiderio di costruire qualcosa che abbia senso, qui e ora.

È questa umanità che cura. È questa disponibilità all’incontro che permette alle persone di sentirsi meno sole, meno sbagliate, meno perse. E se oggi qualcuno si sta chiedendo se iniziare un percorso, se vale davvero la pena mettersi in gioco, se può essere utile anche senza un “problema specifico”, forse può partire proprio da qui.

La psicoterapia non serve a farti diventare qualcun altro. Serve a riportarti a casa. A quel punto di te che forse hai dimenticato, ma che esiste ancora. E può essere raggiunto. Con pazienza, con ascolto, con verità.


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