
Matrescenza di Lucy Jones è un libro prezioso perché dà nome a una trasformazione enorme, profonda e spesso poco raccontata. Diventare madre non significa soltanto avere un bambino, imparare ad accudirlo o riorganizzare la propria vita intorno ai suoi bisogni. Significa attraversare un cambiamento che coinvolge corpo, identità, mente, desideri, relazioni, paure e modo di stare nel mondo.
Culturalmente siamo abituati a parlare moltissimo del bambino che nasce e molto meno della donna che cambia. Si parla di sonno, allattamento, competenze genitoriali, organizzazione, visite, crescita, routine. Molto più raramente si dà spazio alla trasformazione interna di chi diventa madre. Come se una madre dovesse semplicemente adattarsi, funzionare, essere felice, riconoscente e naturalmente pronta.
Diventare madre non è un interruttore
Uno degli aspetti più importanti del concetto di matrescenza è che permette di pensare la maternità come una transizione, non come un interruttore. Non si diventa madri in modo immediato, totale e definitivo nel momento in cui nasce un bambino. La nascita inaugura un processo, fatto di cambiamenti corporei, emotivi, relazionali e identitari che richiedono tempo per essere integrati.
Questa prospettiva è importante perché libera la maternità dall’idea che tutto debba risultare spontaneo, naturale e subito chiaro. Anche quando il figlio è desiderato, anche quando l’amore è presente, anche quando esistono risorse e sostegno, diventare madre può disorientare. Non sempre la mente riesce a stare al passo con la velocità con cui il corpo, la quotidianità e le relazioni cambiano.
La maternità reale è più ambivalente di quella idealizzata
Matrescenza sposta lo sguardo dalla maternità idealizzata alla maternità reale. Non una condizione sempre luminosa, armonica e appagante, ma un’esperienza complessa in cui possono convivere amore, fatica, felicità, rabbia, gratitudine, perdita, tenerezza, noia, paura, senso di colpa e desiderio di ritrovare sé stesse. L’ambivalenza non è un fallimento della maternità, ma una parte profondamente umana della trasformazione materna.
Questo è un passaggio fondamentale. Molte donne si sentono in colpa quando scoprono che diventare madri non cancella automaticamente la stanchezza, il bisogno di spazio, la nostalgia della vita precedente o il desiderio di essere viste anche al di fuori del ruolo materno. Amare un figlio non significa smettere di avere una vita interna complessa, né perdere il diritto di sentire emozioni contrastanti.
Il corpo cambia, ma cambia anche il senso di sé
La maternità modifica il corpo in modo evidente, ma la trasformazione non è solo fisica. Cambia il rapporto con il tempo, con il sonno, con i confini, con il controllo, con la vulnerabilità, con la dipendenza dell’altro da sé. Il corpo materno diventa spesso un luogo attraversato da bisogni, sguardi, richieste e aspettative, non sempre facili da abitare.
Questo può incidere profondamente sull’identità. La donna che diventa madre può non riconoscersi del tutto nella propria immagine, nei propri ritmi, nelle proprie priorità, nel proprio desiderio o nel modo in cui viene guardata dagli altri. Non si tratta solo di accettare un corpo cambiato, ma di integrare una nuova esperienza di sé dentro una vita che non assomiglia più completamente a quella precedente.
La donna non resta uguale con un figlio in più
Una delle idee più riduttive sulla maternità è che una donna resti sostanzialmente la stessa, semplicemente con un bambino da accudire. Il concetto di matrescenza mostra invece che diventare madre può modificare l’organizzazione interna della persona. Non nasce solo un bambino: nasce anche una nuova configurazione identitaria della donna che lo mette al mondo o lo accoglie nella propria vita.
Questo non significa che la donna precedente scompaia, ma che molte parti di sé devono trovare una nuova collocazione. Il lavoro, la coppia, il desiderio, l’autonomia, le amicizie, il rapporto con la famiglia d’origine, il bisogno di solitudine, la sessualità, l’immagine di sé possono essere rimessi in discussione. Diventare madre può significare perdere alcuni riferimenti prima di riuscire a costruirne di nuovi.
La nostalgia della vita precedente non annulla l’amore
Uno dei contributi più importanti di Lucy Jones è la possibilità di legittimare la nostalgia. Si può amare profondamente un figlio e, allo stesso tempo, sentire la mancanza della propria vita precedente. Si può desiderare vicinanza e avere bisogno di spazio. Si può essere grate e stanche, presenti e confuse, felici e sopraffatte. Queste contraddizioni non rendono una madre meno adeguata, la rendono una persona intera.
La nostalgia può essere difficile da ammettere perché viene spesso interpretata come rifiuto della maternità o mancanza d’amore. In realtà, può raccontare il bisogno di elaborare un passaggio di vita enorme, in cui qualcosa arriva e qualcosa inevitabilmente cambia. Riconoscere ciò che si perde non significa svalutare ciò che nasce, ma dare dignità alla complessità emotiva della transizione.
Il bisogno di essere viste oltre il ruolo
Quando nasce un bambino, l’attenzione degli altri si concentra comprensibilmente su di lui. Tuttavia, questo può lasciare la madre in una posizione paradossale: centrale nell’accudimento, ma spesso poco vista nella propria trasformazione. Una donna può sentirsi indispensabile come madre e, allo stesso tempo, invisibile come persona.
Questo può generare solitudine, soprattutto quando la fatica viene normalizzata o minimizzata. Frasi come “è normale”, “passerà”, “l’importante è che il bambino stia bene” possono contenere buone intenzioni, ma rischiano di lasciare fuori la domanda più delicata: come sta la donna che sta diventando madre? Anche la madre ha bisogno di essere pensata, sostenuta e riconosciuta nella sua esperienza.
La matrescenza richiede tempo, parole e sostegno
Parlare di matrescenza significa riconoscere che la trasformazione materna non si esaurisce nel parto, né nei primi giorni dopo la nascita. È un processo che può continuare a lungo, con oscillazioni, aggiustamenti, crisi e nuove scoperte. Non tutte le madri si sentono subito dentro una nuova identità, e non tutte riescono a integrare rapidamente amore, fatica, responsabilità e perdita dei riferimenti precedenti.
Per questo servono parole, tempo e spazi di ascolto. Non per patologizzare la maternità, ma per non idealizzarla. Non per dire che diventare madre sia solo difficile, ma per riconoscere che può essere anche destabilizzante, ambivalente e psichicamente impegnativo. Dare nome alla matrescenza permette a molte donne di sentirsi meno sbagliate dentro una trasformazione che è insieme comune e profondamente personale.
Come può aiutarti la psicoterapia
Come psicoterapeuta a Milano, considero importante offrire uno spazio in cui la maternità possa essere raccontata senza dover aderire a un’immagine perfetta, serena o sempre grata. La psicoterapia può aiutarti a dare parola alla trasformazione che stai attraversando, riconoscendo non solo il bambino che nasce, ma anche la donna che cambia insieme a lui.
Il percorso terapeutico può sostenerti nel comprendere l’ambivalenza, la fatica, la nostalgia, il senso di colpa, i cambiamenti nel corpo, nella coppia, nell’identità e nel rapporto con i tuoi bisogni. Non si tratta di mettere in discussione l’amore per tuo figlio, ma di riconoscere che diventare madre non significa sparire dentro un ruolo. Anche la nuova forma di te che nasce nella maternità ha bisogno di tempo, ascolto, cura e possibilità di essere vista.

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