
Il film Hamnet di Chloé Zhao è, prima di tutto, un film sul lutto. Ma fermarsi a questa definizione sarebbe riduttivo. Non racconta il dolore come un evento che accade e poi si conclude, ma come una condizione che modifica profondamente il modo in cui si abita il mondo.
Nel film, il lutto non è un passaggio. È un ambiente mentale.
Quando perdi qualcuno, non perdi soltanto quella persona. Viene meno la continuità della tua vita, la trama che teneva insieme il quotidiano, il futuro che avevi immaginato. Il lutto non riguarda solo ciò che manca nel presente, ma anche tutto ciò che non potrà più accadere. In questo senso, il dolore non è solo affettivo. È disorganizzante.
La perdita dell’altro e la perdita di sé
Questo emerge con particolare intensità nella figura di Agnes. La perdita non riguarda soltanto il figlio, ma anche una parte del proprio assetto interno.
Ci sono legami, soprattutto nella relazione madre-figlio, che non sono semplicemente relazioni tra due individui. Sono modalità attraverso cui il Sé si struttura. Quando quel legame si interrompe, la domanda diventa più profonda: chi sono ora, senza quella parte di me? Il lutto, quindi, non è solo separazione. È una crisi identitaria.
Due dolori, due mondi diversi
Uno degli aspetti più accurati del film è la rappresentazione della differenza tra i vissuti. Anche davanti alla stessa perdita, anche dentro una coppia, il dolore può assumere forme completamente diverse.
Questo spesso genera distanza, incomprensione, silenzio. Non perché manchi l’amore. Ma perché ciascuno sta cercando di sopravvivere con gli strumenti che ha. Non esiste un modo corretto di vivere il lutto. Esistono esperienze soggettive, profonde e non sempre condivisibili.
Il film mostra con grande precisione questo scarto, rendendo visibile come il dolore possa, paradossalmente, separare proprio chi ha perso la stessa persona.
Il corpo nel lutto
Un altro elemento potente è il rapporto tra lutto e corpo. Il dolore non resta confinato nei pensieri. Attraversa il tempo, lo spazio, la percezione.
Il mondo perde familiarità. Il ritmo cambia. I gesti quotidiani diventano estranei. Il lutto non è qualcosa che si pensa soltanto. È qualcosa che si vive con tutto il corpo. Questa dimensione è spesso sottovalutata, ma è centrale nel processo di elaborazione.
Non superare, ma integrare
Hamnet mette in discussione un’idea molto diffusa: quella che il lutto debba essere “superato”. Nel film non c’è un prima e un dopo netti. Non c’è una linea chiara che separa il dolore dalla guarigione. Ci sono movimenti, ritorni, momenti di anestesia e momenti di riattivazione.
Dal punto di vista clinico, questo è estremamente accurato. Il lavoro psichico non consiste nel lasciare andare, ma nel costruire una nuova relazione con ciò che non c’è più. Non si tratta di dimenticare. Si tratta di trovare un modo per continuare a vivere senza perdere il legame.
Come può aiutarti la psicoterapia
Come psicoterapeuta a Milano, lavoro spesso con persone che attraversano esperienze di perdita e si trovano a confrontarsi con questa stessa domanda: il lutto si supera o si integra?
In psicoterapia non lavoriamo per cancellare il dolore, ma per dargli una forma che possa essere abitata. Per permettere che la perdita trovi uno spazio interno che non paralizzi, ma che possa essere progressivamente integrato nella propria storia.
Il lutto non è qualcosa da risolvere. È qualcosa da attraversare. E, con il tempo, può diventare una parte della tua esperienza che non ti impedisce di vivere, ma che convive con ciò che sei.

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