Di chi sono i nostri giorni?

I nostri giorni non sono solo da attraversare, ma da abitare

“Di chi sono i nostri giorni?” è una domanda che attraversa il film La grazia di Paolo Sorrentino e che resta sospesa molto oltre la scena in cui viene pronunciata. È la figlia del Presidente della Repubblica, Mariano De Santis, a porla, nel contesto del dibattito sull’eutanasia. Ma il suo significato va ben oltre il tema della fine della vita. Interroga ciascuno di noi sul modo in cui stiamo nella nostra esistenza, giorno dopo giorno.

Questa domanda non riguarda solo chi decide, ma come decidiamo di vivere. Non parla di controllo assoluto, ma di posizionamento. Di presenza. Di responsabilità emotiva.

Una domanda che riguarda il vivere, non solo il morire

Nel film, “di chi sono i nostri giorni?” nasce da una questione estrema, ma apre uno spazio molto più ampio. Non chiede soltanto chi abbia il diritto di decidere la fine, ma chi sta decidendo il modo in cui la vita viene abitata.

Quanta parte delle nostre giornate è davvero scelta e quanta è vissuta per inerzia, per adattamento, per paura di deludere o di perdere? Quante volte attraversiamo il tempo come se non ci appartenesse davvero, limitandoci a reagire a ciò che accade?

La domanda non è se possiamo controllare tutto. La domanda è se ci sentiamo soggetti o spettatori del nostro vivere.

Passività o responsabilità esistenziale

Dal punto di vista psicologico, questa è una domanda di posizionamento esistenziale. Significa chiedersi se stiamo lasciando che siano le circostanze, gli altri, i ruoli o le aspettative a guidare la nostra traiettoria, oppure se stiamo provando, per quanto possibile, a orientarci.

Assumersi la propria vita non significa che sia semplice o privo di dolore. Significa riconoscere che, anche dentro i limiti e le difficoltà, il modo in cui ci poniamo rispetto a ciò che viviamo dipende da noi.

La passività non è sempre una scelta consapevole. Spesso è una risposta appresa, un modo per proteggersi, per non sentire il peso delle decisioni. Ma nel tempo, questo atteggiamento rischia di trasformare la vita in qualcosa che accade “addosso”, invece che qualcosa da abitare.

I giorni vissuti per inerzia

Molte persone arrivano in terapia con la sensazione di essere ferme, bloccate, come se la loro vita fosse sospesa. Spesso non manca l’intelligenza o la consapevolezza. Manca il senso di agency, la percezione di poter essere attori principali del proprio percorso.

Vivere per inerzia non è una colpa. È spesso il risultato di anni passati ad adattarsi, a fare ciò che “si deve”, a rispondere alle richieste esterne. Ma i giorni vissuti senza presenza diventano giorni che non sentiamo come nostri.

Rispondere alla domanda “di chi sono i miei giorni?” significa iniziare a riconoscere dove stiamo rinunciando a esserci davvero.

Presenza invece che perfezione

Questa domanda non chiede forza, né prestazione, né cambiamenti drastici. Chiede presenza. Essere presenti non significa avere tutte le risposte, ma esserci mentre le domande restano aperte.

I nostri giorni non sono solo qualcosa da attraversare, ma da abitare. Dire “i miei giorni sono miei” non è un’affermazione di controllo, ma un atto di responsabilità emotiva. È riconoscere che il nostro vivere ci chiede una partecipazione attiva, anche quando non sappiamo ancora dove stiamo andando.

Come può aiutarti la psicoterapia

Come psicoterapeuta a Milano, incontro spesso persone che sentono di vivere una vita “che funziona”, ma che non sentono davvero come propria. In psicoterapia questa domanda diventa centrale: non “cosa mi succede”, ma “come mi posiziono dentro ciò che vivo”.

La terapia non promette soluzioni lineari. Offre uno spazio in cui tornare soggetto del proprio vivere, distinguendo ciò che non è controllabile da ciò che dipende dal nostro modo di esserci. Assumersi la propria vita non significa fare tutto da soli, ma riconoscere che il movimento, la direzione e la presenza partono da noi.

Forse non si tratta di trovare una risposta definitiva, ma di continuare a chiederselo, ogni giorno: di chi sono, oggi, i miei giorni?


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